AUSCHWITZ (POLONIA). 5 febbraio. Quella che ci attende sarà la nostra ultima notte a Cracovia. Dopo la visita ai campi di ieri abbiamo dedicato tutta la giornata di oggi a riflettere su cosa abbiamo visto e su quello che ci aspetterà al ritorno a casa. Ormai siamo testimoni delle tragedie del passato e consapevoli protagonisti del nostro futuro. È un viaggio che non finisce, è un treno su cui è stato difficile salire, ma dal quale sarà quasi impossibile scendere: la direzione che prenderà ora però, dipende solo da noi. Così iniziamo a interrogarci sulla risposta che dovremo dare ai nostri amici e famigliari, ai nostri professori quando ci chiederanno di raccontar loro come è andata. E la risposta “bene” questa volta non può venirci incontro. Perché non si può tornare da un campo di concentramento e dire “è andata bene”. Non si può neppure dire che è andata male però, perché è stata un’esperienza che ci ha resi più grandi, più uomini e più donne di prima. Ci ha riempito di domande e di consapevolezza, ci ha segnato nel profondo. Auschwitz è stato una svolta nella nostra vita, ma facciamo una fatica immensa a descriverlo in poche parole. Penso che alla fine ce la caveremo con qualcosa del tipo: «È stata una tempesta di emozioni, un continuo saliscendi tra il meglio e il peggio della razza umana». Il peggio quando siamo entrati a Birkenau, quando abbiamo osservato il muro del ghetto ebraico, quando abbiamo assistito a uno spettacolo sul conflitto in Bosnia. Il meglio nell’affetto dei nostri compagni di viaggio, negli abbracci appena usciti dai forni crematori, negli amori e nelle amicizie appena nati, negli splendidi occhi di chi ha spartito con noi questa montagna di incredibili emozioni. Ci siamo alzati un po’ più tardi questa mattina, per la prima volta. Ci siamo trovati nella hall dell’ostello e abbiamo condiviso i pensieri che ci hanno accompagnato mentre osservavamo Birkenau. E abbiamo cercato di capire da dove provenissero le emozioni di ieri, e abbiamo cercato di trovare le giuste parole per definirle. Abbiamo condiviso i nostri pensieri, ripercorso nella mente quella strada di cui non si vedeva la fine che ospitava le baracche dove vivevano i detenuti. Più di un milione di ebrei sono morti ad Auschwitz.

Abbiamo riflettuto sulla nostra società, sull’odio per il diverso, sulla responsabilità che ci attende quando torneremo a casa. Siamo scoppiati in fiumi di lacrime che pensavamo di aver abbandonato durante la crescita. Ci siamo ritrovati fragili come bambini mentre condividevamo le emozioni più forti e particolari della nostra vita. Ci siamo ritrovati esseri umani protagonisti del nostro futuro.

Il pomeriggio lo abbiamo dedicato all’assemblea finale di Promemoria_Auschwitz. Cinque domande a cui dare una rapida risposta alzando uno tra due cartoncini colorati. Otto minuti di tempo per interventi a sostegno di una o dell’altra posizione. Infrangeresti una legge che ritieni ingiusta? Oscureresti i profili e le pagine neonaziste dai social network? Non c’era un cartoncino giusto e uno sbagliato. C’era semplicemente la consapevolezza di quanto fosse importante scegliere. Per quanto ci possa sembrare incredibile, dopo tutto quello che abbiamo passato, quella sala gremita da più di settecentocinquanta persone in una città a noi praticamente sconosciuta ci è sembrata per un attimo casa. Un posto dove sappiamo di amarci tutti come esseri umani nonostante le diversità, e di giocare di squadra per decidere il nostro futuro. Vogliamo contravvenire alle regole di superficialità e indifferenza del nostro mondo, vogliamo andare oltre lo schema. Disobbedire in modo positivo, perché è così che si può costruire una società migliore. Noi non siamo andati a fare un pellegrinaggio nel passato, abbiamo preso la rincorsa per essere protagonisti del nostro futuro. E, dopo aver toccato il fondo della storia dell’umanità, ora siamo pronti a rimbalzare alla vita.

*reporter Promemoria Auschwitz (3/fine)