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BRESSANONE. I favorevoli alla funivia a Bressanone non avevano resistito a giocare l’ultima carta, quella che avrebbe potuto creare il panico soprattutto tra gli indecisi: dire no alla funivia vuol dire rinunciare a 200 posti di lavoro. In effetti, dietro a quel progetto - e ad altri - c’era anche l’aspetto non secondario di un movimento capace di creare occupazione fin dalla sua realizzazione, con i l coinvolgimento delle imprese, dei costruttori e degli operai. Un ragionamento non ozioso, però assai limitato spesso usato in modo strumentale quando invece meriterebbe un diverso approfondimento. Che ha fatto Giovanni Podini, imprenditore bolzanino che ben conosce l’Alto Adige e le sue dinamiche.
Signor Podini, la vicenda della funivia di Bressanone non è un caso isolato in Alto Adige.
Purtroppo ci stiamo avvitando in una società che dice di no senza fare valutazioni a lungo termine. A Bressanone si è votato a sentimento. Sta imperversando una tendenza anti economica che può farci molto male.
Perdendo occasioni di lavoro?
Guardi, non è solo una questione di posti di lavoro. Certo, se non si va avanti e non si fanno investimenti andremo verso un’economia che non produce lavoro.
Ma?
Ma dietro a questo ci sta un fortissimo impoverimento culturale, che è ancora peggio. Dobbiamo pensare al futuro oppure no? Se l’economia non va avanti, cosa possiamo offrire ai nostri giovani? Le nostre menti più brillanti, i giovani capaci e motivati, cosa stanno qui a fare se impera il “partito del no”, quello che non fa fare? E se se ne vanno loro cosa resta nella nostra terra?
Ma secondo lei in Alto Adige corriamo questo rischio?
Siamo già in questa situazione. La politica del non far fare darà gravi ripercussioni non solo materiali. Investire e creare non offre solo ricchezza e lavoro, ma anche fiducia, certezza, motivazioni: danno sicurezza e permettono ai giovani di costruirsi una famiglia e avere una casa. Lo sviluppo culturale, da questo punto di vista, vale se non di più almeno altrettanto i posti di lavoro.
Però detto questo non è che nel nome dell’economia si possa fare tutto. L’Alto Adige vive sul proprio ambiente, non potrebbe calpestarlo impunemente. Chi stabilisce fin dove è lecito spingersi?
Quando il fondamentalismo supera il buon senso, allora non si ragiona più obiettivamente. Ma un equilibrio è possibile e questo permette di decidere con serenità ed intelligenza. Tutelare non vuol dire non fare più niente. Guardi i Verdi, in Germania: quelli moderati sono al governo, i fondamentalisti arrancano ai margini. E dobbiamo smetterla di vedere nell’imprenditore il cattivo sfruttatore. In giro per il mondo non è così.
L’Alto Adige va verso il fondamentalismo perché oggi sta bene e non vuole cambiare?
Magari molti hanno la pancia piena, sì, però dimenticano che ci troviamo in questa situazione grazie a decisioni prese vent’anni fa e che non prevedevano di stare fermi, ma di svilupparsi. E oggi, a maggior ragione, con il mondo che gira così velocemente, non possiamo permetterci di stare fermi e chiuderci a riccio, perché altrimenti ci superano tutti e non offriamo opportunità ai nostri figli nè alla nostra terra. Dobbiamo stare molto attenti, perché qualcuno lo stomaco comincia ad avercelo vuoto.
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