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BOLZANO. «Dove c'è molta luce, l'ombra è più nera». Questa citazione di Goethe si staglia sul nero retro di copertina dell'ultimo dossier di «Storia E», la rivista pubblicata dall'Intendenza scolastica italiana di Bolzano (la si può richiedere negli uffici di via del Ronco, ma la si trova anche nelle biblioteche) che in questo numero si è addentrata sulla presenza delle immagini del diavolo nell'arte dell'Alto Adige.
I contributi - di Silvia Spada, Gianni Novello e Milena Cossetto - si focalizzano sul periodo tra romanico e tardo gotico, mettendo sotto la lente d'ingrandimento questa figura sfuggente, eterea e in perpetua metamorfosi. Sotto gli occhi del lettore si dispiega così l'affascinante trasformazione nei secoli dell'immagine del Male: il diavolo è un animale selvatico, un giovane alato dall'incarnato azzurro/violaceo, un demone nudo e deforme, un animale, un pipistrello, un drago vinto da valorosi arcangeli e guerrieri. E poi nuovamente un uomo dal corpo prestante e armonioso dove l'aspetto diabolico si manifesta solo nel colore bruno della pelle e nella presenza delle corna, simbolo del potere. Sarà solo con la Controriforma, nel XVI secolo, che la fantasia degli artisti che fino a quel momento aveva dato vita alle più diverse, libere e sottilmente inquietanti creazioni di immagini del diavolo, verrà frenata.
In Alto Adige - come sottolinea Silvia Spada che cura il primo saggio della rivista - si possono trovare molte interessanti - a tratti sconcertanti - raffigurazioni «pure» del diavolo o delle sue derivazioni più dirette, quali, ad esempio i bestiari. Fra queste, le immagini del primo medioevo dove il diavolo esiste sotto mentite spoglie, ha di rado una raffigurazione propria e viene collocato in posizioni «standard» dell'architettura religiosa quali portali, capitelli delle chiese, zoccoli e catini absidali.
I più complessi bestiari si trovano nei due portali di Castel Tirolo (1156-1166) e della conca absidale di San Giacomo in Castelaz a Termeno (circa 1200). In entrambi i casi si concorda nel rilevare un continuo riferimento al tema della lotta, tra forze positive e negative, che avviene proprio sulla soglia del luogo sacro. Nel bestiario di Termeno si trova quasi una sintesi delle possibili metamorfosi del male: arpie, unicorni, uomini-uccello, animali marini, serpenti e mostri che rivelano solo il profilo, sono il frutto dell'ispirazione da fonti diverse lontane nello spazio e nel tempo, come la simbologia orientale, filtrata dall'antichità classica.
La rappresentazione della lotta fra forze del bene e del male si stempera con l'affermarsi della pittura giottesca e della cultura del primo gotico che esprime un nuovo sentimento culturale vicino al senso di gioia francescana verso l'uomo e la vita. Il diavolo assume connotati umani e si inserisce all'interno della narrazione, come nel caso della Cappella di San Giovanni ai Domenicani di Bolzano dove nel «Trionfo della morte» si trova uno dei temi classici e più drammatici del Trecento: lo sguardo dell'osservatore viene qui catturato dalla terrificante immagine della morte alata a cavallo che scaglia delle frecce contro un gruppo di giovani cavalieri, mentre un piccolo diavoletto con i piedi palmati cerca di issare sopra la schiena tre uomini nudi e si dirige con fatica verso una balena, immagine evocativa dell'inferno.
La fatica umana e lo sforzo per portare a termine il proprio dovere caratterizzano questo primo diavolo trecentesco: l'immagine mostruosa diventa quotidiana. Un ideale viaggio alla scoperta dei luoghi abitati da queste presenze non dovrebbe escludere una delle tante chiese in cui viene raffigurato San Giorgio e il drago, un tema narrativo classico della prima metà del '400, in particolare nel momento in cui l'immagine esce dalla routine, come nella chiesa parrocchiale di Vipiteno, dove Hans Multscher (1459) mette ai piedi del cavaliere un cucciolo di drago spaventato. Altri interessanti percorsi dovrebbero prendere in considerazione ad esempio il piccolo diavolo di Santa Giuliana in un altare del Museo civico di Bolzano dove la tentazione demoniaca - raro caso in Alto Adige - appare sotto vesti femminili. Ma forse il percorso si potrebbe fermare davanti all'altare realizzato da Michael Pacher per l'Abbazia di Novacella (ora alla Alte Pinakothek di Monaco) dove un diavolo, sottilissimo, con gli zoccoli caprini, il corpo verde, gli occhi iniettati di sangue, diventa la sintesi visiva di tutte le brutalità e le paure dell'uomo al cospetto dei propri peccati.
Ma il diavolo può entrarti in casa anche con la posta. Arte popolare, certo, ma non per questo meno incisiva. Alla rappresentazione del diavolo nelle cartoline augurali di fine Ottocento e inizio Novecento è dedicata l’appendice del dossier di «Storia E», curata dalla stessa direttrice della rivista, Milena Cossetto. La storica racconta l’esordio nella società europea delle cartoline postali, semplici cartoncini (inizialmente poco decorati) che cambiarono il modo di comunicare.
La prima cartolina postale nell’impero asburgico fu spedita nel 1869 e gradualmente queste cartoline si arricchirono di disegni e colori - fin quando iniziò a compilare il diavolo sotto forma del Krampus, spesso contrapposto a San Nicolò. Si trattava - racconta la Cossetto basandosi anche sulle immagini messe a disposizione da un importante collezionista, Günther Kofler di Egna - per lo più di immagini destinate a spaventare «pedagogicamente» i bambini dell’epoca, tanto che i messaggi più diffusi scritti su questi cartoncini erano «Gruss vom Krampus» e «Brav sein».
Ma non solo: alcune delle immagini mostrano il diavolo che porta via i nemici dell’Austria (militari italiani, russi, francesi) o camuffato da bolscevico, insomma messaggi «politici» e non solo educativi. La Cossetto dedica anche un interessante approfondimento storico alla presenza del binomio Krampus-San Nicolò nelle varie espressioni della cultura popolare
I contributi - di Silvia Spada, Gianni Novello e Milena Cossetto - si focalizzano sul periodo tra romanico e tardo gotico, mettendo sotto la lente d'ingrandimento questa figura sfuggente, eterea e in perpetua metamorfosi. Sotto gli occhi del lettore si dispiega così l'affascinante trasformazione nei secoli dell'immagine del Male: il diavolo è un animale selvatico, un giovane alato dall'incarnato azzurro/violaceo, un demone nudo e deforme, un animale, un pipistrello, un drago vinto da valorosi arcangeli e guerrieri. E poi nuovamente un uomo dal corpo prestante e armonioso dove l'aspetto diabolico si manifesta solo nel colore bruno della pelle e nella presenza delle corna, simbolo del potere. Sarà solo con la Controriforma, nel XVI secolo, che la fantasia degli artisti che fino a quel momento aveva dato vita alle più diverse, libere e sottilmente inquietanti creazioni di immagini del diavolo, verrà frenata.
In Alto Adige - come sottolinea Silvia Spada che cura il primo saggio della rivista - si possono trovare molte interessanti - a tratti sconcertanti - raffigurazioni «pure» del diavolo o delle sue derivazioni più dirette, quali, ad esempio i bestiari. Fra queste, le immagini del primo medioevo dove il diavolo esiste sotto mentite spoglie, ha di rado una raffigurazione propria e viene collocato in posizioni «standard» dell'architettura religiosa quali portali, capitelli delle chiese, zoccoli e catini absidali.
I più complessi bestiari si trovano nei due portali di Castel Tirolo (1156-1166) e della conca absidale di San Giacomo in Castelaz a Termeno (circa 1200). In entrambi i casi si concorda nel rilevare un continuo riferimento al tema della lotta, tra forze positive e negative, che avviene proprio sulla soglia del luogo sacro. Nel bestiario di Termeno si trova quasi una sintesi delle possibili metamorfosi del male: arpie, unicorni, uomini-uccello, animali marini, serpenti e mostri che rivelano solo il profilo, sono il frutto dell'ispirazione da fonti diverse lontane nello spazio e nel tempo, come la simbologia orientale, filtrata dall'antichità classica.
La rappresentazione della lotta fra forze del bene e del male si stempera con l'affermarsi della pittura giottesca e della cultura del primo gotico che esprime un nuovo sentimento culturale vicino al senso di gioia francescana verso l'uomo e la vita. Il diavolo assume connotati umani e si inserisce all'interno della narrazione, come nel caso della Cappella di San Giovanni ai Domenicani di Bolzano dove nel «Trionfo della morte» si trova uno dei temi classici e più drammatici del Trecento: lo sguardo dell'osservatore viene qui catturato dalla terrificante immagine della morte alata a cavallo che scaglia delle frecce contro un gruppo di giovani cavalieri, mentre un piccolo diavoletto con i piedi palmati cerca di issare sopra la schiena tre uomini nudi e si dirige con fatica verso una balena, immagine evocativa dell'inferno.
La fatica umana e lo sforzo per portare a termine il proprio dovere caratterizzano questo primo diavolo trecentesco: l'immagine mostruosa diventa quotidiana. Un ideale viaggio alla scoperta dei luoghi abitati da queste presenze non dovrebbe escludere una delle tante chiese in cui viene raffigurato San Giorgio e il drago, un tema narrativo classico della prima metà del '400, in particolare nel momento in cui l'immagine esce dalla routine, come nella chiesa parrocchiale di Vipiteno, dove Hans Multscher (1459) mette ai piedi del cavaliere un cucciolo di drago spaventato. Altri interessanti percorsi dovrebbero prendere in considerazione ad esempio il piccolo diavolo di Santa Giuliana in un altare del Museo civico di Bolzano dove la tentazione demoniaca - raro caso in Alto Adige - appare sotto vesti femminili. Ma forse il percorso si potrebbe fermare davanti all'altare realizzato da Michael Pacher per l'Abbazia di Novacella (ora alla Alte Pinakothek di Monaco) dove un diavolo, sottilissimo, con gli zoccoli caprini, il corpo verde, gli occhi iniettati di sangue, diventa la sintesi visiva di tutte le brutalità e le paure dell'uomo al cospetto dei propri peccati.
Ma il diavolo può entrarti in casa anche con la posta. Arte popolare, certo, ma non per questo meno incisiva. Alla rappresentazione del diavolo nelle cartoline augurali di fine Ottocento e inizio Novecento è dedicata l’appendice del dossier di «Storia E», curata dalla stessa direttrice della rivista, Milena Cossetto. La storica racconta l’esordio nella società europea delle cartoline postali, semplici cartoncini (inizialmente poco decorati) che cambiarono il modo di comunicare.
La prima cartolina postale nell’impero asburgico fu spedita nel 1869 e gradualmente queste cartoline si arricchirono di disegni e colori - fin quando iniziò a compilare il diavolo sotto forma del Krampus, spesso contrapposto a San Nicolò. Si trattava - racconta la Cossetto basandosi anche sulle immagini messe a disposizione da un importante collezionista, Günther Kofler di Egna - per lo più di immagini destinate a spaventare «pedagogicamente» i bambini dell’epoca, tanto che i messaggi più diffusi scritti su questi cartoncini erano «Gruss vom Krampus» e «Brav sein».
Ma non solo: alcune delle immagini mostrano il diavolo che porta via i nemici dell’Austria (militari italiani, russi, francesi) o camuffato da bolscevico, insomma messaggi «politici» e non solo educativi. La Cossetto dedica anche un interessante approfondimento storico alla presenza del binomio Krampus-San Nicolò nelle varie espressioni della cultura popolare
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