BOLZANO. «Le ultime settimane sono state dure: al lavoro c’erano da gestire tutti i problemi connessi all’informazione dei cittadini sul nuovo sistema di raccolta dei rifiuti, a casa avevo due orfani da svezzare». Valentina Princigalli, 34 anni, biologa di San Giacomo e responsabile della comunicazione della Seab, è la “mamma adottiva” di alcuni pipistrelli. Due, raccolti in strada, sono stati liberati solo pochi giorni fa a Don Bosco. La falegnameria del Comune ha preparato la “bat box” (una casetta, ndr), gli operai della Giardineria le hanno dato una mano ad installarla, e lei con una lunga scala è salita sull’albero per portare i due baby pipistrelli. A loro, che si alimentano di insetti, il quartiere affida una mission importante: liberare la zona dalle zanzare e ci sono ottime possibilità che ci riescano visto che possono ingerire fino a mille zanzare in 24 ore. Ma alla biologa quest’aspetto interessa poco: «La mia soddisfazione è essere riuscita a svezzarli e renderli sufficientemente autonomi per essere liberati. Uno era stato trovato proprio a Don Bosco, l’altro in piazza Domenicani: mi hanno telefonato e io sono andata a recuperarli».

Princigalli ha cominciato ad appassionarsi all’affascinante, e in parte ancora da scoprire, mondo dei pipistrelli nel 2003, quando è tornata in Alto Adige con in tasca la laurea conseguita all’università di Torino. Lei, da sempre interessata allo studio del comportamento animale nell’ambiente naturale e che sogna di gestire un giorno un Centro recupero mammiferi, ha incontrato il gruppo, formato in prevalenza da biologi, che si occupa di ricerca e tutela dei chirotteri e fa capo al Museo di scienze.

«L’Alto Adige - spiega - è una zona particolarmente interessante, in quanto vivono specie tipicamente europee e mediterranee. Complessivamente ne abbiamo 23 che sono tante».

Per fortuna di questi mammiferi, la cui esistenza si fa risalire a 50 milioni di anni fa, le antiche superstizioni che li accomunavano ai simboli di morte, appartengono ormai al passato. «Oggi c’è grande sensibilità verso questi splendidi animali e quando trovano degli orfani ce lo segnalano immediatamente. Qualche anno fa ce ne hanno portati 11. Il proprietario sentiva dei rumori dietro la parete in legno della sua baita e si è messo a battere col manico di una scopa. Risultato: le mamme sono volate via. Li abbiamo cresciuti alcuni giorni, poi abbiamo provato a riportarli lì dove erano stati trovati e le mamme sono tornate a prenderli. Ce sono rimasti quattro: due li ho cresciuti in casa a San Giacomo, due li ha presi una mia collega».

Ma come si salva un piccolo? «Sono esserini che pesano un grammo e mezzo e sono lunghi poco più di un centimetro. All’uomo si chiede di fare il minimo indispensabile, perché devono restare selvatici. Viste le dimensioni però è difficile alimentarli: bisogna somministrare latte in polvere con un agocannula. Quando sono disidratati il veterinario pratica le flebo. Per i piccoli il confine tra vita e morte è sottilissimo: riuscire a salvarli è spesso un’impresa titanica. Poi l’altro momento delicato è quello del volo. Prima di liberarli, bisogna avere la certezza che abbiano una certa autonomia anche di volo. Bisogna fare le prove». E come si fa? «Le prove le facciamo da un biologo del Gruppo: a casa sua ci sono pochi mobili e questo evita che, nel caso in cui non siano ancora pronti, si facciano male».

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