BRESSANONE. Nella nostra città le ultime quattro generazioni sono cresciute guardando al complesso di edifici della casa di Cura von Guggenberg come ad una sorta di “isola che non c’è” che però al tempo stesso ha sempre costituito non solo una presenza molto reale, ma anche un’entità di contatto tra l’ambiente di campanile e il vasto mondo. La famiglia von Guggenberg ha goduto sempre di alta considerazione tra la maggior parte dei bressanonesi, una considerazione alimentata anche dalla giusta gratitudine per quanto alcuni dei suoi membri hanno fatto per la città.

Ciò che in oltre un secolo ha maggiormente determinato il formarsi di una folta schiera di appassionati habitués della clinica è l’atmosfera di questa casa; un’ atmosfera generata sia dai fattori ambientali, sia dalla qualità dei rapporti che si è sempre instaurata tra gli ospiti ed i vari membri della famiglia von Guggenberg. Ci vuole una gran classe maturata attraverso l’esperienza per saper offrire un trattamento riservato eppure espansivo, confidenziale eppure discreto, insomma, un rapporto professionalmente trattenuto eppure acceso di una calorosità quasi intima e calibrato con innata sensibilità, caso per caso.

La casa di cura von Guggenberg ha sempre potuto vantare ospiti di alto rango e di grande celebrità, a partire da vari esponenti della dinastia asburgica, tra i quali lo stesso arciduca Carlo - poi ultimo imperatore d’Austria - sino a personaggi del mondo della cultura, dello spettacolo e della politica dei giorni nostri. Il motivo per cui tanti personaggi celebri scelgono questo luogo per i propri ritiri, in primo luogo è ovviamente da ricercarsi nella bontà della cura Kneipp e dei risultati conseguiti in oltre un secolo con i trattamenti offerti. C’è poi però anche un secondo fattore di non minor peso: la discrezione a prova di bomba con cui la famiglia von Guggenberg ha sempre protetto quella che oggi si chiama la privacy dei propri ospiti di grande notorietà.

Tra gli attori di cinema e di teatro, uno degli antesignani del soggiorno di cura a Bressanone è stato, nei primi anni Sessanta, Aldo Fabrizi. Facendo onore alla propria fama di bonarietà si fermava volentieri a chiacchierare con noi giovani cronisti ed accettava qualche battuta sul regime dietetico cui era sottoposto, regime che con la sua stazza doveva risultare particolarmente punitivo. Lui stava al gioco. Poi, il giorno di uno dei suoi commiati, ci portò in redazione una busta, facendosi promettere che l’avremmo aperta solo dopo la sua partenza. Così facemmo, apprendendo infine il segreto della sua resistenza ad oltranza alla dieta von Guggenberg: la busta conteneva una poesia in romanesco in cui Aldo Fabrizi rivelava che spesso aveva proseguito le proprie passeggiate sino all’abbazia di Novacella, dove si rifocillava con merende a base di panini con lo Speck e vino Sylvaner.

Più riservato e taciturno si sarebbe rivelato, nei molti anni in cui fu fedele frequentatore della clinica, uno degli attori-simbolo del cinema italiano. Ben pochi, incontrandolo in centro a Bressanone o sulle passeggiate lungo l’Isarco, riconoscevano in quel signore, dall’incedere appartato e dai modi schivi, il “Marcelloo!” chiamato con tanta femminea esuberanza da Anita Ekberg a bagnarsi nella fontana di Trevi nella “Dolce vita” felliniana.

Mastroianni ha lasciato un ricordo di grande modestia e signorilità e i bressanonesi hanno sempre rispettato la sua evidente repulsione per ogni tipo d’enfasi.

Altri personaggi del mondo della cultura che periodicamente si mettevano in bacino di carenaggio alla clinica von Guggenberg sono stati, tra i molti, i giornalisti-scrittori Enzo Biagi ed Antonio Spinosa, nonché lo scultore Francesco Messina ed il pittore Sabastian Matta Echaurren, due tra i maggiori protagonisti dell’arte del Novecento. Attualmente l’ospite di maggior spicco può essere considerato Umberto Eco che viene qui più volte all’anno.

La barriera di riservatezza eretta attorno agli ospiti famosi ha tenuto e continua a tenere in un modo quasi incredibile in questo nostro mondo fondato sulla visibilità mediatica e sulla venerazione di massa per chi ha raggiunto la popolarità. C’è stata una sola, clamorosa, eccezione che (non poteva essere altrimenti) ha avuto per protagonista-vittima un divo della musica pop. All’epoca del suo soggiorno alla Casa di Cura von Guggenberg, Eros Ramazzotti era all’apice della propria fama. I sonni del personale della clinica sono ancor’ oggi turbati da incubi in cui compaiono frotte di fans deliranti disposti a tutto pur di poter godere di un momento di intimità con il loro idolo. Le successive ondate di invasori conquistarono con una serie di manovre accerchianti il giro scale che porta alle camere; quando si riuscì ad impostare una controffensiva, tutta la casa, sgabuzzini compresi, dovette essere bonificata dalla presenza di alcune ragazzine ostinate giunte sin dall’Austria e dalla Germania. La pace tornò solo quando ogni accesso alla casa di cura venne presidiato manu militari. Pare comunque che Ramazzotti non l’abbia presa molto bene e da allora, in caso di presenza di qualche idolo giovanile, la vigilanza è stata ulteriormente intensificata.

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