VAL MARTELLO. Il paese di Laces circa 5mila anni fa era già abitato. Lo hanno dimostrato gli scavi archeologici: tra la val Venosta e la val Martello si trovava un insediamento neolitico. Non uno qualunque: pare che fosse la casa di Ötzi. O una delle tante case, visto che l'uomo del Similaun viaggiava molto.

Philipp Schraut decide di dare appuntamento al gruppo proprio qui.

Esperto di preistoria e "survival trainer" per il museo Archeologico, si presenta con un cappello da esploratore e un look da Indiana Jones. Giusto il tempo di recuperare dal baule alcuni utensili e ci avventuriamo sul sentiero all'imbocco della val Martello.

«Torniamo indietro di 5mila anni - spiega Schraut, la nostra guida, invitandoci ad osservare il contesto - Immaginiamo un paesaggio con meno persone, senza sentieri, macchine, strade. Solo il bosco è rimasto simile, con le stesse piante e lo stesso clima». Per noi è un semplice bosco. Per lui, una distesa infinita di risorse: ogni pianta, fungo, corteccia ha del potenziale.

«Basta guardarsi intorno per capire che viviamo nell'abbondanza», sorride mentre sfila i semi dall'ortica, per porgerli al primo malcapitato. Francesco, da Bergamo, li assaggia e rompe il ghiaccio. Il gruppo è composto da dieci ragazzi. C'è chi è più esperto di sopravvivenza, e chi ha deciso di buttarsi a capofitto in una nuova avventura. Una giornata per imparare le tecniche dei nostri antenati. Ötzi, e come lui tanti altri uomini e donne che hanno abitato l'Alto Adige migliaia di anni prima di noi, cacciava, intagliava, si vestiva, viveva nella natura, ma soprattutto con la natura, sfruttando l'essenziale. Oggi saremmo in grado di farlo?

L'acqua
La prima cosa da fare è trovare dell'acqua potabile. L'abc della sopravvivenza. «Proprio qui c'è un fiumiciattolo», dice Schraut mentre immerge la mano nell'acqua ghiacciata. La tira su mostrando un minuscolo cilindro nero: «Questo era il "fodero" di una larva - spiega - Vivono nei torrenti e sono un segnale di acqua pulita». Nell'arco di cento metri non ci sono indizi che possano ricondurre ad una contaminazione. La temperatura dell'acqua è un altro punto a favore. «Allora, la berreste?», domanda la guida. Tutti rispondono scuotendo la testa. «Bravi. A duecento metri da qui c'è un allevamento di trote. Meglio bollirla, nel caso. I batteri cotti sono proteine», sorride. Poco più avanti ci imbattiamo in salici, ortiche e menta. Tutte piante che indicano la presenza di acqua nel terreno. Non resta che scavare. Una volta trovata la sorgente, beviamo a turno. «Bastano tre metri nel terreno per filtrare l'acqua e renderla pulita - spiega la guida - potete stare tranquilli».

Il fuoco
Trovata l'acqua, serve il cibo. Per "simulare" una caccia, il gruppo si diletta in una sessione di tiro con l'arco, ricavato da legno e fibre vegetali. «Ma si possono usare anche i tendini», spiega Schraut. Le frecce hanno la punta di pietra, e sono fatte per spezzarsi a metà una volta centrato l'obiettivo. «Bene, vi siete meritati la preda», dice la guida tirando fuori dalla borsa una coscia di capriolo. Prima di prepararla, però, bisogna accendere il fuoco. «Anche Ötzi aveva un accendino, ottenuto con scambi da uomini di altre valli». Con la pirite, la selce e una base ricavata da un fungo per raccogliere la scintilla, Fabio riesce ad accendere una piccola brace. Lo guardiamo estasiati. «Ecco il fuoco», esulta Alessio, che nel frattempo è riuscito a sua volta. I pezzi appuntiti di selce si dimostrano ottimi anche per sfilettare la carne. «Oggi ho imparato che un sasso può funzionare meglio di un coltello», sorride Pietro. Il menù prevede spiedi e spezzatino di capriolo, con una zuppa di lenticchie rosse. Il tutto condito con castagne, pastinaca, cipolle selvagge, ortica. «La selvaggina non era solo cibo per un uomo primitivo - spiega Schraut - da qui possiamo ricavare tendini e ossa per costruire punte di freccia, corde e utensili utili»L'essenzialeDopo un pranzo tutti insieme completamente immersi nella natura, è tempo di rilassarsi. Chi intreccia corde, chi intaglia il legno, ognuno mette in pratica ciò che ha imparato. «È bello rendersi conto che ciò che serve si trova, basta avere la curiosità di cercarlo - la riflessione di Pietro - Lavorare con le mani è terapeutico. Oggi abbiamo riscoperto l'essenziale, quello che serve in tempi come questi».