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Filosofia minima  del pendolare 



I pendolari non sono dei viaggiatori”: questo un assunto contenuto nel libro nuovo di zecca di Björn Larsson, “Filosofia minima del pendolare” (Iperborea, tra. Andrea Berardini), che prende spunto da circa 40 anni di pendolarismo dell’autore fra Danimarca e Svezia (con treni, traghetti e bus) e in parte anche verso l’Italia (quindi con l’aggiunta dell’aereo).

Chi scrive ha fatto il pendolare in vari momenti della sua vita: prima per motivi di studio (a Bolzano non c’era l’università, ma anche se ci fosse stata molti avrebbero preferito studiare fuori provincia), poi per ragioni di lavoro, affettive e familiari. Di conseguenza, non poteva non essere attratto da questo libro. Che poggia anche su un altro assunto: i movimenti dei pendolari sono stati raccontati pochissimo dagli scrittori. Larsson oltre a se stesso cita solo un altro autore, italiano, Fabio Stassi, sottolineando affinità e divergenze con il suo approccio.

Questo libro, che mette in fila aneddoti, osservazioni, digressioni, me ne ha fatto venire in mente un altro, recensito recentemente su questa rubrica, “Tre uomini in barca”, un classico dell’humor applicato ai viaggi a corto raggio. Anche qui il tono è perlopiù lieve, divertito, anche se l’autore non rinuncia ad esprimersi chiaramente su alcuni temi che gli stanno a cuore, come ad esempio il trattamento riservato a mendicanti e vagabondi, la cui presenza è forte nelle aree di transito come le stazioni (per essere chiari: la sua visione è sempre partecipe e solidale).

Il “motore” della scrittura è dato da quella che gli antropologi chiamano “osservazione partecipante”. Chiunque abbia fatto il pendolare nella sua vita si riconoscerà nelle descrizioni dei luoghi, delle persone e dei comportamenti con cui ha avuto a che fare nel suo periodico andare e venire: le prime e seconde classi, la scelta dei posti a sedere nei mezzi di trasporto, l’inclinazione ad “attaccare bottone” con gli altri passeggeri o a rimanere per conto proprio, e così via. A catturare il lettore sono però anche le riflessioni più “ampie”, come quelle sull’uso sproposita degli anglicismi, sull’ottusità della burocrazia, non tanto diversa nel mitico Nord Europa rispetto alle nostre latitudini, o sull’altrettanto ottusa refrattarietà ai mezzi pubblici manifestata da alcune persone.

Da gustare.

 













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