Le resistenze al femminile, il talk con Marta Cuscunà 

La rassegna del Cristallo. L’attrice oggi sarà protagonista di un incontro on line «Spetta al mondo adulto offrire alle ragazze modelli che accrescano la loro consapevolezza» Un teatro civile che diventa visuale: «Ho imparato a rompere i confini dei linguaggi»

di MAURO FATTOR
Bolzano. Nuovo appuntamento con il programma degli incontro online di febbraio sulla pagina del Teatro Cristallo. Protagonista oggi, 18 febbraio, alle 18, sarà la giovane attrice friulana Marta Cuscunà, che sarà impegnata in una talk con Consuelo Serraino. Il tema è quello delle “Resistenze femminili”, che è anche il titolo che l’attrice ha pubblicato da Forum Edizioni nel 2020. Si tratta di tre storie vere di rivolta al patriarcato. Tre utopie realizzabili che aspirano a un mondo in cui uomini e donne hanno gli stessi diritti. Nel 75° anniversario della lotta di Liberazione che permise all’Italia di diventare una Repubblica e dimostrò che le donne sono una risorsa fondamentale per la Democrazia e la Pace, questo volume pubblica i testi inediti di una trilogia teatrale interamente dedicata a donne e uomini che in tempi e luoghi diversi, hanno escogitato nuove forme di Resistenza a una società sbilanciata al maschile. Una società che opprime le donne e indubbiamente favorisce gli uomini ma, non per questo, permette loro di essere liberi. A spiegare la genesi del libro è la stessa Marta Cuscunà: «Il progetto sulle Resistenze femminili è nato dopo aver letto l’inchiesta “Il femminismo, che roba è?” della semiologa Giovanna Cosenza e del suo team di studenti. L’inchiesta ruota intorno a un quesito di cruciale importanza: se è vero, come dimostrano i dati economici pubblicati da Eurostat e World Economic Forum, che in Italia le donne sono subalterne agli uomini (in quanto lavorano meno, guadagnano meno e sono meno rappresentate), perché non si ribellano come fecero le femministe? Il team di Studenti&Reporter ha pensato di chiederlo ai giovani, ponendo a ragazzi e ragazze dell'ateneo bolognese, una semplice domanda: se ti dico femminismo o femminista, cosa ti viene in mente? E li hanno lasciati parlare. Il primo dato che emerge - cdontinua l’attrice - è che, per la maggior parte degli intervistati, il femminismo è roba vecchia che ormai non ha più ragione di esistere. Mi sono domandata come sia possibile, visto che se si sposta il tema delle differenze di genere sul piano economico, i dati dicono che il problema c’ è ed è pure piuttosto serio. Da cosa deriva questa percezione sfalsata della realtà? Forse da un malinteso. Forse molti, in primis le ragazze, riducono le rivendicazioni del femminismo alla sfera sessuale. E se è vero che oggi le donne sono più libere che in passato di gestire in modo autonomo la propria vita sentimentale e intima, di decidere quante e quali persone accogliere nella propria camera da letto, di vestirsi e svestirsi, di essere sessualmente disinibite; questo non significa automaticamente che le donne oggi non siano più vittime della discriminazione di genere. Anzi. Anche per questo mi è sembrato di fondamentale importanza smantellare i pregiudizi e gli stereotipi che i giovani di oggi hanno riguardo al femminismo e alle femministe, raccontando esempi positivi di donne che hanno lottato per riscattare la condizione femminile».

Nelle mani di Cuscunà la storia di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d’Italia, con la quale condivide un’appartenenza geografica, entrambe sono nate infatti a Monfalcone. Con “È bello vivere liberi” si cuce addosso una prova di teatro civile davvero ragguardevole, che dice tutto del suo modo di stare in scena sfruttando tutte le prerogative del teatro visuale e del teatro di figura, quello che usa marionette e burattini. Una partitura appassionata per ricordare l’adesione alla Resistenza e poi la deportazione ad Auschwitz di Peteani. Si approda invece in pieno Cinquecento con “La semplicità ingannata”, secondo capitolo della trilogia, per la quale Cuscunà, in veste da sposa, ricorda l’abuso dei padri nel chiudere in convento le figlie, per non pagare la dote ai mariti. Tragicomica condizione di monachesimo forzato anche per le Clarisse di Udine, dove la presa di coscienza collettiva si sviluppa in un confronto serrato. E così, alla fine, le sei pupazze-clarisse, manovrate dall’attrice, diventano delle “resistenti” consapevoli. La trilogia si chiude con “Sorry, boys” che racconta la storia di 18 studentesse incinte di Gloucester, in cui almeno alcune delle ragazze avrebbero pianificato insieme la loro gravidanza come parte di un patto segreto per allevare i bambini in una specie di comune femminile. Quando il preside della scuola ne parla su un quotidiano nazionale, scoppia una vera e propria tempesta e la vita privata delle 18 ragazze diventa un scandalo pubblico che imbarazza tutta la comunità cittadina. Se questa dunque è la trilogia teatrale, si capisce anche molto - ovviamente non tutto, va da sé - del perimetro culturale entro il quale si muove l’attrice friulana. Le abbiamo posto alcune domande.

Cuscunà, la sua è una trilogia militante che innova fortemente il classico teatro di narrazione. Le sta stretta la definizione di “teatro civile”?

No, per niente. Il mio è teatro civile a tutti gli effetti, anche se in Italia siamo abituati ad associare questa forma di teatro al monologo. Non è necessariamente così.

Lei usa in scena marionette e burattini, mescolando teatro di figura e teatro tradizionale. Come nasce questa formula così originale?

Ho avuto modo di lavorare in Spagna alla scuola di Joan Baixas, il maestro del teatro visuale. In Italia l'uso di figure meccaniche in scena di solito è associato al teatro per bambini, ma è un errore. A metà degli anni Settanta Baixas ha lavorato con Joan Mirò, il pittore surrealista, ad uno spettacolo che celebrasse la fine della dittatura franchista. L'idea di fondo è che burattini e marionette non siano cadaveri di legno o cartapesta. Non sono "statue di scena", sono materia viva, leggera e capace di interagire. Su cosa, lo decidiamo noi. E poi ho avuto la fortuna di lavorare a lungo a Centrale Fies, in Trentino, dove rompere i confini e mescolare i linguaggi è quasi un marchio di fabbrica.

Lei riporta in primo piano la fiamma di un lucido femminismo militante. Però la fuori, oltre il palco, c'è anche un mondo che si incolla alla televisione per vedere "Uomini e donne", grosso modo tre milioni di spettatori a puntata. Ed è un mondo fatto quasi esclusivamente di donne, tra cui molte ventenni o giù di lì. Come lo vive?

Non ci sto a gettare la croce addosso alle ragazze più giovani. Le domande deve farsele il mondo adulto. Quali modelli offre? Basta guardare cosa è accaduto con la formazione del nuovo governo. Perchè mai le ragazze dovrebbero aspirare a qualcosa di diverso, quando quello che vedono tutti i giorni, soprattutto nella società italiana, non riesce ad accompagnare e a far crescere le loro ambizioni? Detto questo, quello che vedo, là fuori, è comunque un mondo femminile che si muove e che diventa protagonista. C'è stato il movimento del Mee Too, c'è Greta Thunberg, una ragazza alla guida del più grande fenomeno di protesta giovanile di massa del pianeta. Questo è quello che ci serve.

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