Libri

Mikael Niem, musica rock  al circolo polare 



A volte si leggono libri nelle circostanze più strane e in luoghi che non c’entrano nulla. A me ad esempio è capitato di leggere, in Cina, un libro con uno strano titolo, che con la Cina non c’entrava nulla, che mi era stato regalato da un amico poco prima che partissi, e solo per questo era finito in valigia: “Musica rock a Vittula”, di Mikael Niemi (Iperborea, 2002, trad. Katia De Marco, poi ripubblicato da Feltrinelli).

Un romanzo di formazione, ambientato in una cittadina all’estremo nord della Svezia, a due passi dal circolo polare artico. Un romanzo che girava attorno a qualcosa che apparentemente con la tundra artica ha poco a che fare, la musica rock, un prodotto della cultura urbana americana e inglese. Anche se a ben guardare alcuni dei protagonisti del rock/pop delle origini – Elvis, Beatles, Dylan – non venivano dalle capitali o da grandi città come Londra e New York, pur approdando lì, alla fine, per far maturare il loro talento (e iniziare a dare la loro scalata al cielo).

E visto che stiamo parlando dell’essere “fuori posto” (un libro che parla della Svezia letto in Cina, la musica rock in un lembo gelato dell’Europa) mi sembra opportuno aggiungere che il romanzo di Niemi inizia dove non dovrebbe iniziare: il passo di Thorong La, in Tibet. È qui, nel mezzo di una disavventura tipica dei viaggiatori, che il narratore inizia a ricordare la sua fanciullezza, e di quando il suo quartiere ribattezzato “La palude della passera” (per via dei tanti bambini che vi nascevano, precisa, per fugare ogni dubbio) venne asfaltato. Per poi procedere con i suoi aneddoti di aspirante rockstar e di giovane che, come tutti i giovani, vorrebbe perdere la verginità, fino a una gigantesca festa di compleanno alcolica finale, con i cacciatori del luogo. Mentre il ghiaccio del pack, fuori, inizia a rompersi.

Alla fine, come in molti romanzi di questo tipo, il tono è elegiaco: cosa è successo in quegli anni? Dove sono andate le persone che sognavano con noi? Ma il messaggio è anche un altro, e ha a che fare con una musica che, almeno per un certo periodo, è stata autenticamente liberatoria, per tanti giovani, non importa se cresciuti a New York, a Vittula o a Vipiteno. Una musica che evidentemente, anche se inserita nei meccanismi del mercato discografico e della “società dello spettacolo”, ha gettato un ponte fra le tante periferie del mondo e il suo centro, posto che il mondo globale abbia un centro. Su quel ponte in tanti sono passati, per dare il loro assalto al cielo.

 













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