BOLZANO. Da 37 anni gira per gli ospedali. Uno pensa: sarà arrabbiata col mondo. Lei no. «Ho imparato ad ascoltare gli altri», ecco che dice adesso Anika Schluderbacher. La malattia la sta tenendo ferma da un anno, proprio lei, una vita piena che di più non si può: attrice, esperta nella rigenerazione degli spazi, consulente culturale, animatrice di stagioni di eventi. Ma questo nuovo ostacolo le fa aggiungere: «Siamo dentro una società molto performativa. Bolzano lo è tanto, tantissimo. Ma sa cosa penso? Che non bisogna avere paura del fallimento, va attraversato, occorre starci dentro e farselo amico, l’inciampo è sempre un’occasione di crescita».

Vive in un appartamento delle case Ipes. Luoghi che emergono dalle cronache come spazi di criticità e tensioni. «Io? Ci vivo come in un villaggio. Si sono create reti, se la signora sotto non ha la macchina c’è la mia, se io non cucino ecco che qualcuno mi dice come uscire dalla necessità di un pasto che non ho fatto in tempo a mettere in piedi».

Adesso? È impegnata nella stagione di Don Bosco. Prima che una malattia rara e il diabete col quale combatte impavida la fermassero, l’aveva impostata, aveva rincorso attori in giro per l’Italia sfruttando le sue conoscenze e la stima accumulata, i gemellaggi costruiti e ampliati con le istituzioni culturali.

Attrice e ora consulente artistica. Perché?
Il corpo. Il mio corpo. Nel senso che per un attore il corpo è il mezzo con cui comunica, e lo strumento fisico capace di trasmettere emozioni, lo sfrutta, lo piega, lo fa lavorare senza pause. Poi, quando vedi che comincia a cedere, che la malattia chiede il conto, allora capisci che lui quello che doveva dare lo ha dato e che serve chiedere altro a te.

E lei che cosa ha chiesto?
Ho semplicemente fatto quello che so fare, per il quale ho accumulato cultura e conoscenze. Fare la consulente artisticaè stato un altro modo di vivere.

Che significa consulente?
Tutto. Progettare rassegne, creare contenuti, chiamare artisti, collaborare con i tecnici, soprattutto una cosa che mi piace da morire: individuare spazi da rigenerare. Cioè che prima non aveva senso, glielo si assegna attraverso la ricerca di una sua nuova identità.

È difficile?
A Bolzano un po’ più che altrove. Pensiamo che negli ultimi decenni solo la Casa della Pesa e il Noi Tech Park hanno attuato fino in fondo un simile percorso. Bolzano è una città complicata. Le persone dal basso, penso agli incontri tra tedeschi e italiani, i progetti comuni, si danno da fare, si cercano, si inventano. Dall’alto invece, molto meno. Burocrazia, paure, equilibri da mantenere.

Ma questa sua idea forte di rigenerazione tiene insieme qualcosa d’altro, oltre l’aspetto architettonico o no?
Beh, sì. E come non potrebbe. La rigenerazione significa non gettar via. Inteso luoghi ma anche persone. La rigenerazione è un processo che investe tutto, soprattutto il rapporto con gli altri. Ma anche gli aspetti sociali: si pensi a quanto si potrebbe fare, a proposito di dare un tetto a tutti, guardando seriamente alla rigenerazione come processo anche politico.

Quando ha capito che il corpo stava cedendo?
Quando è dovuta arrivare un’ambulanza a portarmi via, a un certo punto. È come se avessi inteso che il corpo si stava deresponsabilizzando. E allora l’ho fatto io. Certo che l’attrice ho sempre voluto farla.

Da quando?
Fin da piccola, a Bolzano. Ma poi diplomandomi all’accademia di Bologna. Infine i tanti lavori soprattutto a Roma.

Uno che ricorda?
A 23 anni, quando mi hanno detto: guarda c’è lo spazio Colosseo, provaci a farne qualcosa per far teatro. Inteso sponsor, tecnici, registi, tutto. L’ho fatto.

È per questo che il suo lavoro di consulente artistica non è un “piano B”?
Per questo. È sempre stata la mia vita anche creare reti, mettere in piedi gemellaggi tra istituzioni, provare a tenere in contatto Bolzano e il suo mondo culturale col resto d’Italia.

È stata a lungo lontano da Bolzano?
Un po’ più di 16 anni. Come l’ho ritrovata? Quello che balza all’occhio è la distanza diminuita tra i suoi mondi, intendo l’italiano e il tedesco, la capacità di creare cose insieme soprattutto a livello giovanile e a intendere la cultura come uno degli strumenti per far diminuire le distanze anche linguistiche.

Tutto bene allora?
Ma certo che no. Ci sono un paio di cose che non riesco a mandar giù. La prima è il gap che emerge sempre tra il potenziale delle persone e degli ambienti e la possibilità di farne dei progetti concreti. Come un bacino di capacità lasciato un po’ alla deriva. E poi la lentezza con cui riuscire a mettere in piedi le cose. Burocrazia, ostacoli, disconnessioni tra la politica e la realtà della gente.

E le barriere linguistiche?
Mah, non so come si faccia a chiedere patentini a pagamento e poi tenere separate le scuole dove la conoscenza dell’altra e dell’altra lingua potrebbe invece trovare luoghi di crescita molto naturale e non imposta.

Come si convive con la malattia?
Accettando i tempi di cura. Muovendosi tra le terapie e molti fastidi pensando a quello che succederà domani, quando la fase acuta sarà finita.

E il lavoro? Il tempo libero?
È indispensabile. Anche se i protocolli e la burocrazia sono spesso i veri ostacoli. Per il tempo libero invece, sono fortunata. Se ho spazio per organizzare, immaginare nuovi eventi, riempirmi di telefonate per costruire stagioni, confrontarmi con gente che ha tanto da insegnarmi non ho bisogno d’altro. Il mio tempo libero è il lavoro.