Tre uomini  in barca,  sul Tamigi 

Non leggo spesso romanzi umoristici. Dovessi scegliere fra tragedia e commedia, i due generi archetipi della letteratura classica, sceglierei sempre la tragedia. Tuttavia, a volte sento anch’io il...



Non leggo spesso romanzi umoristici. Dovessi scegliere fra tragedia e commedia, i due generi archetipi della letteratura classica, sceglierei sempre la tragedia.

Tuttavia, a volte sento anch’io il bisogno di “alleggerireˮ. Un autore che mi diverte molto ve l’ho già proposto qualche settimana fa, Nick Hornby. Oggi ve ne propongo un altro, guarda caso anche lui inglese, ma più vecchio, è vissuto a cavallo fra 800 e 900. Parlo di Jerome K. Jerome e del suo “Tre uomini in barca (per tacere del cane)”, pubblicato nel 1889.

Il romanzo è un’autofiction in cui il narratore, assieme a due amici, Harris e George, oziosi quanto lui, e al cane Montmorency, decide di fare un viaggio in barca lungo il Tamigi, nei pressi di Londra. Non proprio la discesa del Congo di cui racconta Conrad in “Cuore di tenebra”, ma per tre cittadini flâneurs, abituati a dormire fino a tardi, a mangiar bene e a fare salotto, comunque un’avventura, considerato che i problemi si manifestano fin dall’inizio, quando si tratta di decidere quali bagagli portare con sé.

Il romanzo è molto divertente, ed ebbe un successo notevole, tanto da spingere l’autore a scrivere un seguito, non altrettanto fortunato. La trama alterna episodi tragicomici riguardanti la navigazione ad aneddoti su altri aspetti della vita quotidiana, trattati sempre con caustico humor britannico: come non rivedersi ad esempio nella digressione di J. su quel parente che, per appendere un quadro ad un muro di casa, mobilita tutta la famiglia, ignorando la sua inettitudine e sfogando la frustrazione sui poveri parenti? Oppure nella storia che ha per protagonista un labirinto vegetale, di quelli che andavano all’epoca: il solito “so tutto io” dichiara che è una sciocchezza orientarsi, ma dopo essersi trascinato dietro un codazzo di persone, come un pifferaio magico, è costretto ad aspettare assieme agli altri il soccorso di un guardiano che li guidi verso l’uscita.

Storie in qualche modo “esemplari”, insomma, nella loro quotidianità. Ma il successo dell’opera sembra sia dovuto anche all’intervento dell’editore, che tagliò tutte le descrizioni storico-geografiche dei luoghi attraversati, che l’avrebbero fatta assomigliare troppo ad una guida turistica, trasformando il libro in un classico della letteratura umoristica.

Jerome crebbe in una famiglia non-ricca e dovette interrompere gli studi per mantenersi. Iniziò con un impiego umile per una compagnia ferroviaria, avvicinandosi in seguito al teatro, la sua grande passione. Da un certo punto in poi visse di scrittura, e riuscì a produrre anche qualche altra opera di successo, senza però mai eguagliare “Tre uomini in barca”, da cui, dopo la sua morte, vennero estratte riduzioni per la tv, il teatro, la radio. Da un rapido giro sul web leggo giudizi negativi su quest’opera, che molti lettori contemporanei giudicano “noiosa”.

E in effetti, abituati alla comicità dei giorni nostri, forse oggi fatichiamo a sorridere di queste gag, e non consideriamo che molte di loro hanno rappresentato un modello per i comici a venire, come quelle di Buster Keaton o di Stan Laurel e Oliver Hardy.

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