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BOLZANO. L’economia dell’Alto Adige ha chiuso il 2025 con una crescita moderata ma positiva. Secondo l’analisi presentata dalla filiale di Bolzano della Banca d'Italia, il Prodotto interno lordo provinciale è aumentato dello 0,6% in termini reali, un dato sostanzialmente in linea con l’andamento dell’economia nazionale. Un risultato che conferma la solidità del sistema economico locale, pur in un contesto internazionale caratterizzato da crescenti elementi di incertezza.
A evidenziare i principali aspetti del quadro economico è stato Stefano Francescon, secondo il quale il 2025 è stato complessivamente favorevole per l’economia provinciale. Tuttavia, il dirigente ha richiamato l’attenzione sulle possibili ripercussioni delle tensioni geopolitiche internazionali, sottolineando come l’evoluzione della crisi tra Stati Uniti e Iran possa influenzare nei prossimi mesi le prospettive di crescita. «Molto dipenderà dalla durata della crisi», ha osservato.
A sostenere l’economia locale sono stati soprattutto il turismo e il comparto agricolo. Quest’ultimo ha beneficiato di un andamento particolarmente positivo delle esportazioni. Buoni risultati arrivano anche dall’edilizia, favorita sia dagli investimenti legati al Pnrr sia dai lavori infrastrutturali connessi alle imminenti Olimpiadi invernali del 2026. Più debole, invece, l’andamento della manifattura e dell’export complessivo, penalizzati dal rallentamento della domanda proveniente dai principali mercati europei di lingua tedesca.
Il mercato del lavoro continua a rappresentare uno dei punti di forza dell’Alto Adige. Il tasso di disoccupazione è infatti sceso all’1,8%, il livello più basso mai registrato. Accanto a questo dato positivo, però, Banca d’Italia segnala la persistenza di significativi squilibri di genere. Il tasso di attività femminile si attesta al 70,3%, circa dieci punti percentuali in meno rispetto a quello maschile. Inoltre, quasi il 42% delle donne occupate lavora con contratti part-time, contro il 6% degli uomini, mentre nel settore privato le retribuzioni orarie femminili risultano mediamente inferiori del 9,2%. Un divario che, secondo Francescon, richiede interventi mirati e una particolare attenzione da parte delle istituzioni e del mondo produttivo.


